20 novembre 2013

Un pesante passato

La sala d’attesa è gremita come al solito, è periodo di influenze, periodo di mali di stagione e qui vengono da me anche per un semplice starnuto ma, in fondo, non mi dispiace, mi fa passare le giornate. Lui lo noto subito, è seduto alle sedie sulla destra dell’ingresso, spicca di una buona ventina di centimetri su quelli che ha ai lati. Indossa una giacca mimetica, occhiali a specchio e legge una rivista di caccia e pesca. Lo si potrebbe scambiare facilmente per uno dei tanti cacciatori di questo tranquillo paesino di montagna, venuto a farsi fare il certificato medico per il rinnovo della licenza ma capisco subito che è qui per me ma che non gli interesso come medico. Se fai parte, per anni, dell’Organizzazione, certi particolari non ti sfuggono; faccia nuova, mani curate, posizione tesa sulla sedia, come ad essere pronti allo scatto, rigonfiamento sotto la giacca: è dell’Organizzazione anche lui, ex reparti speciali, il tatuaggio sulla mano sinistra racconta quello; ne ho uno simile sulla schiena, in mezzo alle cicatrici. Mi hanno trovato; sapevo che prima o poi sarebbe successo, dall’Organizzazione non te ne puoi andare quando vuoi, non esiste la pensione, dall’Organizzazione te ne vai quando muori, da solo o con l’ausilio di altri. Quando ci sono entrato lo sapevo, ne ero consapevole, solo che la vita non è mica una linea, no, non sai mai cosa ti capita, è il suo bello. Ecco, a me era capitata una missione di troppo e, alla fine, avevo deciso di dire “basta” e mi ero finto morto, ma sapevo che con l’Organizzazione non si può fingere, non per molto. Peccato, mi piaceva fare il medico generico in questo paese, la gente mi aveva accolto bene nonostante fossi “il forestiero”, come mi chiamano qui. La sala d’aspetto risponde compatta al mio buongiorno, lui mi guarda, sembra calmo ma lievi vibrazioni delle dita denotano nervosismo, lo avranno sicuramente avvisato di chi lo mandavano ad eliminare, di cosa ero capace; all’Organizzazione lo sapevano bene, non avrebbero mandato uno sprovveduto, se mai ve ne fossero tra le loro fila. Per un attimo ripenso a quante volte mi sono trovato io al suo posto ed ho un brivido, so bene che potrebbe fare fuori tutti i presenti, anzi, sono sicuro che lo farà, è un protocollo standard: non si lasciano testimoni. Il sorriso che spunta dalla sua barba precisa mi fa capire che è uno che segue il protocollo alla lettera, perché gli piace. Mi guardo intorno, anziani, donne con bambini; un lampo, il ricordo della mia ultima missione, le mani che ho continuato a lavare per ore, dopo, fino a consumare la pelle. Sento quasi la sua adrenalina, con quella stazza gli basterebbero le mani nude con più della metà dei presenti, senza nemmeno scomporsi troppo, ma so anche che sotto quelle giacca mimetica ha un mezzo arsenale; devo fare in fretta. “Chi è il primo”, chiedo, come d’abitudine. “Io, dottore”, Marta, non l’avevo notata, troppo impegnato a controllare lui, senza insospettirlo; gestisce il rifugio per animali ai piedi della montagna, vicino al cimitero, praticamente da sola oltre a lavorare come cameriera nel bar del paese; ogni volta che la vedo, così esile, mi chiedo dove la trovi tutta l’energia per fare quello che fa. Chiacchieriamo, ogni tanto, quando vado al bar a fare colazione, mi mette serenità, una cosa che mi ero scordato pure esistesse. Ci si potrebbe innamorare, di Marta, perdersela dentro un abbraccio per farla riposare un po’. Ci ho pensato tante volte ma la vita ha quella sua ironia crudele e non sempre, non tutto, ha davvero il giusto incastro. Come potrei spiegarle i segni che ho sulla pelle? Come farle capire i segni che ho nell’anima, quelli che mi fanno urlare nel pieno della notte? Quelli che mi fanno dormire con un occhio semi aperto? Come glielo racconto tutto il mio passato? No, non si può, non tutto si può. “Marta, che sei venuta a fare? Si vede che sei sanissima! Vai a casa, và”, “Seeee, dottore, ma che dice? Mi sento a pezzi!”. So di aver fatto un errore, il mio “vai a casa” era troppo serio, lui se ne accorge, me ne sarei accorto anche io; è questo che differenzia i membri dell’Organizzazione. Non ho più tempo; lo guardo direttamente, in maniera plateale, e sorrido, come avessi un’illuminazione: “Giulio! Vecchio stronzo! Non ti ho riconosciuto subito, come stai?! Sono anni che non ci vediamo, come hai fatto a scovarmi su questi monti?!”, non devo dargli il tempo di reagire; mi rivolgo alla sala “Signori, scusatemi ma questa specie di armadio che faceva finta di non conoscermi è un caro vecchio amico, non vi dispiace se, prima di cominciare le visite vado a prendere un caffè con lui, vero?”. Ormai gli sono vicino, può essere grosso quanto gli pare ma sa benissimo che da quella distanza non è sicuro di uscirne indenne, non contro di me. La sala mormora qualcosa ma, per fortuna, sono riuscito a farmi volere abbastanza bene da farmi perdonare questo piccolo inconveniente. Guardo Marta che non sembra molto convinta, “Scusami Marta, sono subito da te, accomodati in ambulatorio intanto”. Lui fa buon viso a cattivo gioco, ha capito di aver perso l’effetto sorpresa e sta rivalutando la situazione; si alza, è enorme, ci saranno almeno quaranta chili di muscoli in più tra lui e me; anche io devo capire bene cosa fare ma adesso la cosa più importante è allontanarlo da tutta quelle gente, allontanarlo da Marta; fuori sarà solo una questione tra me e lui.

14 commenti:

Costantino ha detto...

C'è sempre una Organizzazione,c'è sempre una Marta, nella vita di ognuno di noi.
Bel racconto,dove la antasia si mescola con una qualche forma di realtà.

Anonimo ha detto...

Bello! Continua? Quando?

Francesco ha detto...

il migliore dei tuoi racconti che ho letto finora, spero nel seguito

En Joy ha detto...

Grande Baol :-)

v. ha detto...

sei bravo, tu.
già lo dissi?

albafucens ha detto...

"Come farle capire i segni che ho nell’anima..." eh, ci vuole sia capacità ad aprirsi, lasciarsi andare, altresì, orecchio... saper, voler ascoltare, bello, come respira questo racconto, eccolo tornato in piena forma il baol che conosco :)

Baol ha detto...

@ Costantino: Grazie per le belle parole, non è sempre così? Non è sempre un mischiarsi di fantasia e realtà?

@ Anonimo: A me non dispiacerebbe continuarlo, attento anche che mi arrivi qualche idea per il prossimo post...

@ Francesco: Addirittura il migliore? Grazie!! Forse, risalendo nel passato, ho prodotto qualcosa di meglio, a mio parere però eh ;)

@ En Joy: Grazie, amica mia ;)

@ v.: Mah, non mi ricordo...

:P

Grazie!!!

@ albafucens: Sì, è un venirsi incontro, un comprendere, un capire...un farsi bastare le cose, forse...o forse no.

Boh ha detto...

Questa tua vena da "scrittore" la sto scoprendo di rencente (prima non ti leggevo ed è raro torni indietro a leggere post vecchi) .... e cavolo, mi piace ;)
E bravo Baol :)

dtdc ha detto...

molto ben scritto, bravo. l'ho letto tutto d'un fiato

ale ha detto...

va beh! non puoi lasciarmi così in sospeso!!!! mostrooooo

amanda ha detto...

ho letto l'inizio ed ho pensato non è il genere che mi piace e stavo abbandonando quando l'occhio è caduto su "perdersela dentro un abbraccio per farla riposare un po’" che ho trovato bellissimo e allora sono tornata a leggerlo tutto, ora, quando continua? tocca sapere come finisce

mr.Hyde ha detto...

Bello, si. Se inizi a leggere le prime due , tre righe, non riesci a staccarti fino alla fine..che poi non arriva,oppure potrebbe essere prorio quella e basta.E' questo convivere di scene tratte della normale realtà con trame da film d'azione che incuriosisce il lettore In fondo è tutto quello che lasci immaginare il bello del racconto.

skip ha detto...

Avvincente!

Baol ha detto...

@ Boh: Beh, alla fine il blog è nato principalmente per metterci dei racconti...peccato non torni indietro perché ci sono bei pezzi :P

@ dtdc: Grazie :)

@ ale: Hahahahahaha lo sai come sono fatto, no? :P

@ amanda: E vedrò di farlo continuare, allora :)

@ mr.Hyde: Grazie davvero per le belle parole, fanno sempre bene :)

@ skip: Grazie! :)