14 dicembre 2017

Giorno 11

Ogni volta che qualcuno lo saluta per strada C. ripensa a quando, da bambino, andava in giro con suo padre e tutti, indistintamente, lo salutavano, chi amichevolmente, chi con deferenza. Suo padre era il medico del paese, l'unico dottore in un paesino di poche anime, e tutti lo rispettavano perché era "quello studiato"; si rivolgevano a lui non solo per problemi di salute ma praticamente per tutto, suo padre aveva assunto il ruolo di giudice salomonico, dirimeva questioni di cuore, di proprietà, di successione, meglio di chiunque altro. C. ricordava con piacere quel periodo, in fondo era felice, non aveva ancora cominciato a sentirsi addosso l'ombra enorme di suo padre, il doversi confrontare con la sua statura umana e morale. Le aspettative, soprattutto le sue, sono arrivate dopo, alte, insormontabili; e con esse tutti i tentativi di essere qualcosa, qualsiasi cosa, almeno all'altezza di suo padre. Tentativi non riusciti, fallimenti che si sommavano a fallimenti ed il giudizio più duro non arrivava da fuori ma dai suoi stessi occhi quando si guardava allo specchio. Adesso, quando lo salutano, non può che ripensare ad allora e a tutto quello che ha dovuto fare per arrivare ad essere come è adesso; sì, era stato "lento e doloroso, ma necessario". Sempre quelle parole, incise nella sua testa come sull'ingresso della sua nuova vita. Non si era mai chiesto se quello che faceva fosse giusto o sbagliato, aveva capito che era necessario e tanto bastava, non aveva mai chiesto ad M. "Perché?", aveva solo chiesto "Come?" e lui glielo aveva spiegato.

13 dicembre 2017

Giorni 9 e 10

Il freddo umido di dicembre entra nelle ossa senza bussare, senza avvisare; stare in un capannone di una sperduta zona industriale di periferia, tutta la notte, a scaricare casse da camion che devono andare via veloci, non aiuta. F. rientra a casa che sono le otto del mattino, i muscoli doloranti per la fatica che fanno l'ultimo sforzo di salire le scale; l'ascensore non se lo può permettere, il primo piano nemmeno. Arrivato davanti alla porta di casa non sente il classico vocio della tv accesa sul solito programma che dice che le cose vanno male, come se in quella casa non lo sapessero già, vivendolo sulla loro pelle. No, questa mattina F. sente chiacchierare, distingue chiaramente la voce della sua fidanzata che dice "Ma no, non si preoccupi, vedrà che adesso arriva, intanto le faccio un caffè". Non aspettava nessuno e la vita gli aveva insegnato che quando arriva qualcuno che non aspettavi solitamente sono problemi. Per un attimo, solo un attimo, è tentato di riprendere le scale e andare via, nonostante la stanchezza, nonostante i dolori, ma c'è lei. Apre la porta ed entra guardingo, salutando come al solito, ma con la soglia dell'attenzione ad un livello di guardia; il saluto gli si blocca in gola, seduto al tavolo, con davanti un caffè bollente, c'è il tizio dell'altra sera, la "preda", che sorride affabile. F. ha quasi un mancamento, lei, non capendo, gli chiede cosa abbia; "È venuto questo signore, dice che deve restituirti una cosa che gli hai prestato l'altra sera. Ma che hai?". Non dando nemmeno il tempo alla paura di esplodere, il tizio sorride: "Ciao F. scusa se sono venuto così presto ma la tua fidanzata è stata così gentile da aprirmi ed offrirmi un caffè. Sono venuto a riportarti questo" e mette sul tavolo una scatola. F. sa benissimo cosa c'è dentro. "Ora però devo proprio andare" e con si alza, indossa il cappotto e si avvicina alla porta; quando è davanti ad F. lo guarda negli occhi e poi, sorridendo, "Se non hai da fare, ho bisogno di una mano per un lavoro; se ti va sai dove e quando trovarmi" e si chiude la porta alle spalle.

La casa è piccola, un monolocale con cucina a vista ed un divano che, probabilmente, si apre per trasformare quella stanza in camera da letto; un armadio all'ingresso ed una porta, probabilmente il bagno. Una casa piccola e di poche pretese, tenuta con un certo decoro; sicuramente opera della ragazza gentile, con gli occhi stanchi, che lo ha fatto entrare. M. pensa che la dignità la fanno le persone e non le cose e qui ce n'è molta, nonostante tutto. La scatola con la pistola è sulle gambe, naturalmente non le ha detto cosa contiene e lei nemmeno lo ha chiesto, probabilmente abituata a non chiedere, come forma di autodifesa. Si sentono dei passi stanchi sul pianerottolo, sicuramente F.; lo sente indugiare, avrà capito che c'è una variante alla routine e si starà preoccupando perché a persone come lui le varianti non portano mai buone notizie. Alla fine sente le chiavi nella toppa e la porta si apre proprio mentre lei sta servendo il caffè; lo riconosce subito, si vede da come si dilatano le pupille e sbianca il volto. M. se lo aspettava ma vuole evitare che la situazione degeneri in alcun modo,non è lì per quello. Mentre lei gli parla, accortasi subito del volto terreo, M. anticipa la paura in arrivo e lo saluta, levandolo un attimo dall'impasse in cui è caduto; gli porge la scatola mettendola sul tavolo, consapevole che F. ha già capito cosa contiene. Non c'è più bisogno di stare lì, l'ultima cosa che deve fare prima di andare via è chiedergli, a modo suo, di fidarsi. Dopo deve solo aspettare.

12 dicembre 2017

Giorno 8

La vita è fatta di incontri, di intrecci; per quanto uno si sforzi di non farsi toccare da niente e da nessuno, per quanto uno cerchi, anche con gesti estremi, di rendersi eremita, la verità è che siamo "animali sociali". Ogni incrocio della vita ha un effetto sulla nostra esistenza, anche minimo, quasi impercettibile, ma lo ha. Molto di noi raccontano le nostre scelte, quello che facciamo, le persone a cui decidiamo di dare tempo ed attenzione; perché possiamo essere specchiati ma a guardar troppo nell'abisso poi l'abisso guarda dentro di noi o, come preferiva dire G., a rimestare merda prima o poi uno schizzo ti arriva addosso e allora hai voglia a lavarti, la puzza, un po', rimane. Ecco, lui cominciava a sentirsela sempre più forte quella puzza e se prima abbozzava, tirava su con le spalle e faceva finta di nulla, adesso cominciava a non sopportare più. Forse prima sopportava per due e adesso che era solo non riusciva a sopportare nemmeno per uno solo, oppure la merda che rimestava era diventata troppa; in fondo prima c'era una specie di limite, quasi una decenza, mentre adesso, da quando ci sono quelli nuovi, sembra che non ci sia più limite a niente. Aveva provato a fare come sempre, a guardare da un'altra parte, ma a girare sempre la testa prima o poi ti fa male il collo ed allora un giorno si era trovato a guardare davanti a sé ed aveva incrociato lo sguardo di quel ragazzino appena sbattuto fuori dal doppio fondo del camion. Sì, la vita è fatta di incontri fondamentali, a volte della durata di uno sguardo.

07 dicembre 2017

Giorno 7

M. sale le scale verso il suo appartamento, è tardi, si sentono pochi rumori, giusto il vocio di alcune tv, avvicinandosi alle porte sui pianerottoli; gli insonni attendono che la stanchezza abbia la meglio sui pensieri anestetizzandosi con le immagini di repliche di vecchi film. La pistola di quel ragazzo gli pesa nella tasca sinistra della giacca, ripensa a quanto è accaduto poco prima; un altro sarebbe spaventato o, quantomeno, in ansia ma lui no, non ha particolari sensazioni in merito, come se un avvenimento del genere rientrasse nella sua routine. Era stato bravo però, il ragazzo; aveva studiato la preda, aveva trovato sia il momento che il luogo ma, come gli aveva detto, aveva sbagliato preda. Non si aspettava una reazione o, meglio, non si aspettava una tale mancanza di reazione perché in quei casi punti proprio a quello, a spiazzare più che spaventare ed invece si era trovato davanti una persona che se gli avesse chiesto l'ora avrebbe mostrato maggiore interesse. In fondo, pensa M., è significativo, il caso alla fine comanda il gioco; se avesse puntato, per esempio, il commendatore del primo piano adesso il ragazzo avrebbe l'orologio, il portafogli e pure quel bel fermacravatta con il diamante che il commendatore mette sempre. Invece aveva scelto lui ed aveva rischiato di finire su un marciapiede, blu in volto e con sicuramente qualcuno a casa che lo avrebbe pianto, tipo una fidanzata. Non che M. credesse realmente al caso ma era convinto che la maggior parte della gente non considerasse realmente tutte le varianti e in tal modo il caso lo creavano per difetto. M. apre la porta di casa, si ferma un attimo al buio ascoltando i rumori del suo appartamento, controllando attentamente che non ci siano variazioni perché ogni variazione è un segno e non tutti i segni sono positivi. Quando è sicuro non ci siano variazioni accende la luce e appende la giacca all'attaccapanni all'ingresso, si ricorda che ha la pistola del ragazzo nella tasca, si gratta un attimo la macchia grigia sulla mano e a mezza voce si dice "forse è meglio che gliela renda".

06 dicembre 2017

Giorno 6

C. ha la testa appoggiata alla parete della doccia, l'acqua bollente sta lavando via la stanchezza della corsa ed il freddo della tramontana; il vapore ha appannato i vetri, c'è una specie di nebbia nel box che assorbe la luce e la rende lattiginosa. C. ha gli occhi chiusi, cerca di rilassare ogni fibra del corpo, la corsa e la doccia sono una specie di rito, un distruggersi e ricostruirsi per uscire nuovo dalla doccia e affrontare la giornata. Gira il caffè nella tazzina dopo aver messo il solito mezzo cucchiaino di zucchero, giusto per abbassarne l'amaro della tostatura; non prende altro, nemmeno un biscotto; non è una questione di linea, di dieta, è solo una abitudine. C. ha costruito la sua quotidianità come una somma di abitudini, di gesti ripetuti con meticolosità, con una precisa scansione dei tempi. Non è sempre stato così, se lo ricorda ancora di quando non riusciva a concentrarsi su una cosa per portarla a termine, e per quanto si sforzasse era solo una somma di fallimenti, dal più piccolo al più grande. Quello che è ora è una costruzione, il risultato di un lavoro di distruzione e rinascita lento e doloroso ma necessario. Le parole di M. erano state quelle: "sarà lento e doloroso, ma necessario", non sapeva come lo aveva trovato, né perché, si ricorda solo che era una mattina fredda come quella iniziata da poco e mentre era seduto a guardare il mare pensando all'ultimo dei suoi fallimenti aveva sentito dei passi alle spalle e quando si era girato aveva visto questo tizio che si grattava la mano destra, poco sotto il mignolo, che lo guardava ma non sembrava vederlo e poi gli aveva parlato, "Riuscire è fondamentalmente una questione di concentrazione, se la si disperde in decine di pensieri non si riesce nemmeno in uno, bisogna essere meticolosi, ci vuole dedizione, applicazione, sforzo. Sarà lento e doloroso, ma necessario".

05 dicembre 2017

Giorno 5

Sì, è proprio vero, tre cose sono fondamentali: preparazione, velocità e decisione; ed infatti prima ancora che finisca di dire "il chi" mi ha già preso il polso della mano destra e spostato la linea di tiro della pistola e con l'altra mano mi ha chiuso la gola bloccandomi il respiro. La presa è una morsa, cerco di divincolarmi ma non ci riesco, lui sembra non fare il minimo sforzo, il volto non lascia trasparire nessuna emozione, se almeno si intravedesse della cattiveria mi sentirei meno spaventato. "Le sabbie mobili, i fiumi in piena, più ti opponi e più velocemente soccombi. La forza, a volte, sta nell'arrendersi". Comincia a mancarmi l'ossigeno; non passa nessuno, l'ironia di aver scelto il posto perfetto ed adesso subirlo. Seguo il suo consiglio e smetto di oppormi, mi aspetto che la stretta alla gola si faccia più forte e che mi blocchi completamente il respiro ma, al contrario, si allenta fino a lasciarmi respirare, mi toglie piano la pistola dalla mano e mi accascio sul marciapiede, quasi esanime. Respiro con la bocca aperta mangiando l'aria; si mette la pistola in tasca e si accovaccia, la sua faccia all'altezza della mia, si gratta ancora la macchia sulla mano, sembra distratto, come se tutta quella situazione, per lui, non avesse nulla di speciale in fondo, come se lo annoiasse. Quando il suo sguardo ritorna su questo pianeta mi mette una mano sulla spalla, "Solitamente, in natura, il pericolo più alto arriva da ciò che non ti aspetti. Meglio aspettarsi di tutto". Si alza e, in tutta tranquillità, apre il portone e se lo richiude alle spalle.

04 dicembre 2017

Giorno 4

La distrazione è solo attenzione spostata su un piano diverso, una monopolizzazione del cervello, una momentanea ossessione che ci isola dal contorno. G. rimesta svogliato il suo piatto di spaghetti con lo sguardo a metà tra il tavolo e l'infinito, avvicina ogni tanto la forchetta alla bocca più per un automatismo che per reale volontà. Solitamente c'è sempre qualcuno che ci riporta alla realtà, che come il filo di Arianna ci fa uscire dal labirinto; ma G. è tanto che deve ritornare da solo dal suo labirinto, Arianna non c'è più. La sua distrazione è un dubbio, pensa all'altra sera e si chiede se andare a parlare con quel M. sia stata la scelta giusta, anche se andare avanti sia la scelta giusta ma quella è una domanda che va avanti da tempo. Ha raccontato la sua storia, quella che si ripete da così tanto tempo che ormai sembra la storia di un altro, quella che non vorrebbe fosse la storia di nessuno; si è seduto davanti alla scrivania ed ha sciorinato tutto il copione. Non lo sa se ha fatto bene, non ne era convinto prima, lo era anche meno dopo ma quando non avanza più niente da perdere non c'è differenza se si racconta la propria storia una volta di più. Solo che quel M. ascoltava ma sembrava anche lui nel suo labirinto, il suo sguardo lo trapassava da parte a parte, come fosse altrove, ma quando i suoi occhi sono tornati a fissarlo aveva capito che aveva ascoltato tutto, e che forse era stato un errore.

03 dicembre 2017

Giorno 3

Tre cose sono fondamentali: preparazione, velocità e decisione; studi la preda, colpisci senza tentennamenti e vai via in fretta; solo così si è sicuri di riuscire. Oggi è il giorno giusto, la preda esce ogni giorno alle 23:00, con qualsiasi tempo, fa il giro dell'isolato fumando una sigaretta e torna a casa; ogni volta si avvicina al portone, prende la chiave dalla tasca destra del pantalone ed apre guardando l'orologio. Il quartiere è tranquillo, elegante ma lontano dalla zona della movida, nessuno che porta il cane per la pisciata notturna, palazzi signorili, tutte finestre con doppi vetri, quasi insonorizzate. Un colpo facile, domenica sera di inizio dicembre, freddo, nessuno in giro; ho individuato l'androne giusto dove aspettare, quando infilerà la chiave nella toppa gli sarò dietro, pistola in mano, in pochi minuti avrò il suo orologio ed il portafogli; quando avrà metabolizzato l'accaduto io sarò già lontano. La pistola fa sempre quel effetto, più che paura è una specie di sbigottimento, di incredulità, lo leggi negli occhi che si chiedono "ma davvero sta succedendo a me?"; lì bisogna essere freddi, agire veloci, farsi dare tutto e andare via, agiscono meccanicamente. Sono pronto, tre cose sono fondamentali: preparazione, velocità e decisione; arrivo, gli batto su una spalla e quando si gira punto la pistola. Ma c'è qualcosa che non va, non c'è paura nel suo sguardo, non c'è sorpresa, c'è curiosità ed allora quello sorpreso sono io, c'è una frattura nella routine e le fratture non sono mai una cosa buona. Non fa nessun movimento, semplicemente si gratta una voglia sulla mano destra, poco sotto il mignolo, una macchia grigia. Si gratta e poi mi parla: "Hai fatto tutto giusto, il dove, il quando, il come. Hai sbagliato solo una cosa", "cosa?", "il chi".

02 dicembre 2017

Giorno 2

La tramontana sferza il lungomare, C. si aspettava un inizio di dicembre più clemente ed invece sente il vento tagliargli la faccia; uscendo, stamattina, era quasi tentato di rinunciare ma se si dovessero fare le cose solo quando sono facili l'evoluzione non avrebbe compiuto un passo. È quello il pensiero che C. si ripete in testa mentre corre, un passo dopo l'altro, con gli spruzzi delle onde che lo colpiscono quasi accecandolo. Il fiato si condensa in una nuvola bianca, lungo la strada pochissimi altri coraggiosi, o folli, come lui; il cielo si è schiarito da poco, sarà sicuramente una giornata luminosa, si capisce dal celeste di ghiaccio del cielo. Il problema però sono le nuvole che gli si affollano dentro, lì la situazione è un po' più oscura; è da quando ieri M. gli ha telefonato che è tramontato il sole. Inconsciamente C. aumenta il ritmo, sordo ai muscoli che cominciano a sentire la fatica. Il fiato si fa più corto e veloce, il passo più lungo; senza rendersene conto è arrivato alla fine del lungomare, dove finiscono gli ultimi palazzi e c'è quel nuovo parco di risulta. Si ferma a respirare con le mani sulle ginocchia, il cuore più veloce ma le idee più chiare; C. ora sa cosa dire ad M..

01 dicembre 2017

Giorno 1

M. ha una voglia grigia sulla mano destra, una specie di ovale poco sotto il mignolo, sul dorso. Ogni tanto se la gratta nervoso, più come un tic che perché davvero gli prude, è il suo modo di concentrarsi in realtà, quando un pensiero più consistente degli altri gli attraversa la testa dà una grattata alla macchia, senza accorgersene, solitamente con l'anulare ed il medio della mano sinistra. Dura un attimo, il tempo di focalizzare meglio il barlume di pensiero passato dietro gli occhi, trovare un nome, un oggetto, un'azione che lo rappresenti ed a quel punto, come i rami di un albero, il pensiero si ramifica facendosi scenario di se stesso. Il prurito allora è già un ricordo, la macchia rimane lì naturalmente, non prudeva prima, non prude adesso. M. ci tiene a questi pensieri, sono il suo lavoro in fondo, è proprio costruendo la struttura a quel pensiero che poi riesce a trovarne il bandolo, a scioglierlo, a renderlo certezza, ed a quel punto il pensiero è risolto. Sì, se gli chiedi che lavoro fa M. ti risponde che "risolve pensieri", li rende leggibili, li fa suonare come fossero degli spartiti quando prima erano solo note che si litigavano tra loro. Ora M. è seduto alla sua scrivania, la persona davanti a lui ha appena finito di parlare, gli ha raccontato una storia, una storia con tanti nomi che si intrecciano, con tanti numeri che ballano. M. sembra assente, guarda il suo interlocutore ma è come se lo trapassasse con lo sguardo, in realtà lo vede ma sta cercando qualcosa più dentro che fuori. C'è un silenzio interrotto solo dal leggero fruscio del pc che, ormai in modalità stand-by, attende un comando. Prima che la situazioni diventi irreale M. rimette a fuoco la persona davanti a lui e gli dice che ha capito tutto, che gli farà sapere. L'altro si alza sollevato e con un veloce "buonasera" scappa via. Nella stanza torna il silenzio freddo del pc, M. si sta grattando la macchia grigia.

06 novembre 2017

Cortocircuito interpretativo

A guardarsi in giro, a stare attenti, a prestar occhio ai particolari, si vede che la povertà è incrementata; si vede gente che si costringe a disabituarsi ad un'abitudine, anche un semplice caffè in meno, un passare veloce davanti ai ripiani del supermercato per evitare di cadere in una tentazione che non ci si può permettere, non oggi, magari domani, forse. Allora a me viene da pensare ad una signora anziana che chiedeva l'elemosina fuori dal supermercato vicino casa, quando ero via di qui, al nord. Me la ricordo perché era lì, quasi tutti i giorni, dimessa, vestita in abiti scuri magari reduci di un lutto passato e ormai dipinti addosso. Lo sguardo spento dalla vita, perché la vita sa essere un bel po' stronza con i suoi figli, democratica, senza fare distinzioni. Me la sono immaginata la vita precedente di quella donna, magari casalinga, marito con lavoro dignitoso, uno stipendio, una casa di proprietà, nulla di che, non una reggia, ma magari due stanze con bagno e cucina, per viverci la vita. Ecco, la stessa vita che poi ti dà uno schiaffo, una malattia, un licenziamento, una fuga, non so, non è dato saperlo; solo che lo schiaffo e forte, di quelli che ti destabilizzano e ti fanno cadere, certo ti rialzi ma non sei mica più lo stesso, qualcosa è cambiato da lì in poi, ed allora sembra un susseguirsi di sfortune, magari si rompe la lavatrice ed aggiustarla costa, magari le bollette cominciano a sembrare più pesanti e ti neghi un ora al giorno di calore, in inverno. Quello che si aveva fa presto ad andare via ed allora ti dici che, in fondo, il vecchio portacandele d'argento non ti serve e puoi darlo via, e quel quadro? Magari al marito piaceva tanto, a lei un po' meno e comunque un po' di grana la si tira su e via via comincia a rimanerti poco ed allora apri un cassetto e trovi quegli orecchini di brillanti che non metti da tanto tempo, ricordo di un'altra vita, di un'altra età; sono così belli, sono preziosi, ci potresti tirar su un bel po' di soldi però gli oggetti sono anche affetto a volte, si caricano di un senso, di un potere, che non si può facilmente spiegare e allora no, troverai un altro modo per arrivare a domani ma quella cosa così preziosa, più per il cuore che per le tasche, beh, quella cosa deve rimanere con te e allora li indossi, anche se magari è un rischio, anche se sembra una follia ma no, al cambio oro non li porterai mai. Poi penso a tutto il mondo intorno, a quelli che passano e guardano e vedono tanta mestizia, tanta mortificata richiesta di qualche spicciolo per mangiare e poi giudicano quel brillare quasi strafottente senza nemmeno farsi passare un solo attimo, nella testa, di quanto quel brillare potrebbe essere l'unica cosa che la collega ancora all'essere una persona.

03 ottobre 2017

Mea culpa

Una volta ho dato dell'idiota ad una persona, dopo attenta analisi eh ma comunque con un certo impeto, con una certa verve; anche con un certo gusto, devo ammetterlo, che le lettere a formare la parola "idiota" me le sono figurate in testa, le ho fatte ballare tra di loro una specie di valzer, a due a due, girando per la pista del mio ipotalamo. La "i" con la "d", che è sua moglie ed è incinta, l'altra "i" con la "o" che sarà pure in sovrappeso ma è tanto simpatica e poi quel perticone della "t" con la "a" che è anche lei incinta ma si vergogna un po' e sta a testa bassa. Insomma le ho fatte ballare un valzer romantico, quasi fossero al ballo delle debuttanti, e poi, tutte insieme, tenendosi per mano, hanno disegnato "idiota" sul palcoscenico dei pensieri espressi, hanno fatto anche la riverenza. Poi però mi sono accorto di aver sbagliato, sì, di aver comunque dato un giudizio affrettato, di aver basato la mia idea su un costrutto di ipotesi, su uno scontro di ideali, di pensieri in contrasto che mi hanno fatto dare a questa persona uno sconveniente identificativo quale è "idiota"; mea culpa, ammetto il mio errore di valutazione, lo sbaglio nel costruire un perimetro intorno ad un soggetto identificandolo in termini così diretti e classificanti quali sono quelli che lo scarno termine "idiota" racchiude. Mea culpa, a volte un giudizio nasce da analisi con pochi dati, fatte in momenti di non completa lucidità, accorgendosi poi di aver tirato delle somme troppo presto, di esser stati, forse, presuntuosi, credendosi capaci di saper capire da poche pennellate tutto il senso di un quadro. Per questo ho guardato meglio, soppesato, analizzato ancora di più, guardato il filo tenue di ragnatele sociali che ognuno di noi tesse intorno a se, e no, me ne sono reso conto "idiota" non era giusto, era quasi cattivo gusto, faciloneria, era avventato giudizio, era uno sbaglio perché, in effetti, questa persona non è un idiota, no, è proprio un coglione putrefatto. Mea culpa.

02 settembre 2017

Undici anni

In pratica questo Blog oggi compie undici anni, è pronto per la scuola media adesso. So che, poverino, lo sto trascurando e, cosa peggiore, sto trascurando anche voi. Però non demorde,  sono sicuro che le parole sono qui da qualche parte, dentro questa testa che comincia a vedere un numero consistente di capelli bianchi. Sono qui, in mezzo ai tantissimi "ma dove mi porterà tutto questo?", in mezzo ai "muoviti, non sto lì fermo, bloccato" e via così. Le parole ci sono e torneranno, spero presto, spero fiumi, a cascate, ad oceani. Si sa che gli undici anni sono periodi di mutismo ma speriamo che questo "bambino" ombroso ricominci ad essere logorroico. Grazie a voi per esserci ancora.

29 agosto 2017

I monotematici

Cosa sono i monotematici? Quanti se ne incontrano nella vita? Sono tutti uguali? Dobbiamo picchiarli? Stamattina mi sono soffermato a pensare sui monotematici, quei soggetti che parlano solo e soltanto di un argomento, che tu magari parti parlando, che so, della fotosintesi clorofilliana e loro, grazie ad un varco spaziodimensionale riescono a portare il discorso sul loro argomento unico. Non sono tutti uguali i monotematici, ci sono quelli che più che parlare di un solo argomento, parlano di un solo soggetto: loro stessi. Chiaramente in questo caso si tratta di di egocentrismo sparato all'ennesima potenza; ma a cosa sono dovuti tutti questi discorsi egoriferiti? A volte è una forma di rassicurazione personale credo, il non sentirsi davvero importate e quindi cercare di portare sempre il discorso su se stessi, altre invece è proprio l'enorme presunzione di credersi migliori ed il centro di tutto. Poi ci sono quelli che parlano sempre di sesso, che ogni battuta ha un doppio senso; non una ogni tanto, no, proprio tutte; in tal caso, va da se, solitamente è perché se ne fa poco, ma magari è proprio una forma maniacale, spesso di misoginia, e via ad immaginare tutte le parafilie di cui possono essere affetti questi soggetti. Poi ci sono quelli che parlano solo di calcio, unica fonte di gioia della loro vita mi sa, che poi, bisogna pure analizzare se si tratta di gioia vera, perché se nei momenti di felicità devi andare a cercare quelli che, in antitesi, non stanno gioendo, per sbattergliela in faccia, qualche problema mi sa che ce l'hai eh. Poi c'è chi parla solo e soltanto di lavoro, i workhaolic, i malati di lavoro, quelli che non possono proprio farne a meno, anche fuori dall'orario di lavoro, anche in vacanza, anche mentre dormono, nel sonno. Poi ci sono quelli che hanno avuto un'esperienza bellissima, un viaggio che li ha cambiati, una roba così, e per un lungo periodo, che può davvero essere molto molto lungo, parlano solo e soltanto di quello (tipo me quando parlo di Milano e di quando ho vissuto lì per il master); sono quelli che all'inizio ci fa anche piacere ascoltarli perché il brillare dei loro occhi mentre descrivono ci fa quasi vivere le stesse loro emozioni. Poi dopo un po' anche basta però, quando ascolti per l'ennesima volta dell'alba vista dalle cime del tal monte o del rumore delle onde della tal spiaggia sperduta, un po' ti si rompono le palle e ti vien voglia di prendere un cargo ed andare a scaricare napalm sulla zona in questione, che sia abitata o meno. Poi ci sono i monotematici per necessità, quelli che lo fanno perché si sono accorti di qualcosa che non va e ci vogliono avvisare e sono gli unici che, in realtà, andrebbero ascoltati ma che, ahimè, come Cassandra, sono quelli che vengono additati prima di rompere il cazzo. Ora faccio un esempio: mettiamo che c'è un bel prato, un parco pubblico, dove la gente va per godersi il verde, per passeggiare, per rilassarsi; mettiamo che uno dei tanti che ci va per starci bene si accorge che nel parco sono cominciati ad arrivare anche dei soggetti un po' maleducati, che lasciano le carte in giro, che urlano sguaiatamente tra di loro, che si danno manforte. Ed allora il tizio comincia a raccontare a tutti quelli che incontra, che anche loro frequentano il parco per star bene, che c'è gente che il parco lo sta rovinando; e lo dice al primo, lo dice al secondo e via così, sempre, perché è giusto che si sappia. Solo che non tutti quelli che lo ascoltano sono della stessa idea, alcuni dicono "son ragazzi, si divertono", altri addirittura si trovano bene con i nuovi arrivati, altri non vogliono avere problemi, e solo pochi son d'accordo e annuiscono. Mettiamo poi che i nuovi arrivati comincino a portare nel parco i liquami che a casa loro non riescono a smaltire, il monotematico ancora di più ripeterà fino allo sfinimento quello che sta accadendo e sarà vieppiù tacciato di essere un monotematico, un rompicoglioni. Ecco, a mio parere, a differenza degli altri, questo monotematico sarebbe da ascoltare.

07 agosto 2017

Ho visto

Ho visto un sacco di cose in questi anni, ho visto persone dall'intelligenza superiore perdere il sonno per sottospecie di amebe, per delle aberrazioni dell'umanità che partoriscono pensieri che nemmeno una scimmia urlatrice del Borneo dopo una lobotomia prefrontale arriverebbe a partorire. Ho visto solitudini acide inventarsi un personaggio e trovare seguaci pronti a difenderle davanti all'indifendibile; solitudini sacrosante per mancanza del diritto stesso di rovinare la vita ad altre persone che si arrogano senza alcuna ragione sensata il diritto di giudicare la vita degli altri, che offendono la decenza stessa dell'essere umano soltanto respirando e che, per i miracoli dell'analfabetismo funzionale di ritorno, trovano terreno fertile ed aspettative. Ho visto degli ego grossi come persone che sommando luoghi comuni di una stupidità ipergalattica trovano consenso dentro occhi troppo ciechi per vedere il contorno; ego ipertrofici che si gonfiano ad ogni apprezzamento anche solo virtuale e che si dedicano ad una masturbazione del loro stesso pensiero tale da rasentare la pornografia più efferata. Ho visto giudici giudicare senza alcuna ragione ne esperienza sul giudizio in questione per il semplice fatto di essere, tale atto posto a giudizio, fuori dai mediocri schemi mentali in esso stesso presenti. Ho visto acclamazioni a tali giudizi e contemporaneamente stigmatizzazioni violente degli stessi. Ho visto assoluzioni per semplice amicizia e condanne a morte per motivi opposti. Ho visto intelligenze meno che medie credersi premi Nobel senza motivazione alcuna per una specie di autoproclamazione di superiorità inestistente. Ho visto genti a cui non sarebbe giusto dare nemmeno un mezzo soldo bucato di un monopoli scaduto da una decina di anni ritrovarsi in futili empirei autospompinatori fino a fratturarsi le vertebre cervicali e dorsali in esercizi di genuflessione nei confronti di soggetti a cui non andrebbe affidata nemmeno la pulizia di una stalla dell'Epiro i cui animali sono affetti da diarrea congenita. Ho visto tutto questo e altro ancora. Per fortuna che ho guardato anche altrove.

20 luglio 2017

Ogni anno

Ogni anno, di oggi, scrivevo una cosa qui o, meglio, lasciavo un semplice segno in memoria di un ragazzo. Quest'anno ci metto due parole anche se non so nemmeno io quali; da quel giorno nero di Genova ne sono state dette tante e non mi va di aggiungere frasi a frasi, tengo i miei pensieri per me, per rimanere stabile mentre vedi tutto che traballa intorno, vedi la schiuma alla bocca della gente, l'ignoranza che prevarica logica e umanità.Vedo un odio che aumenta giorno per giorno fomentato da chi da quell'odio ci guadagnerà soltanto. L'unico gesto che mi viene invece è un abbraccio, il gesto più semplice che c'è ma che, alla fine, renderebbe le cose migliori (a mio parere).
Ciao Carlo.

03 luglio 2017

Torno qui

Torno qui come si torna in una casa in cui hai vissuto tanto, chiusa da molto tempo. Come fosse la casa in cui sei cresciuto, tanto, ma in cui ormai non metti quasi più piede. Entro e guardo la polvere farsi pulviscolo nel controluce della porta, i lenzuoli che coprono i mobili, fantasmi delle mie parole passate. Non accendo la luce, vado a memoria fino alle finestre, le apro, faccio entraria aria e luce; tutto intorno scricchiola, sono le frasi che ho lasciato qui, si muovono come topi nei muri, ormai unici abitanti della casa. Guardo il salone principale riprendere i contorni che aveva anche se stento a riconoscerli, almeno al primo sguardo, poi la memoria mi ridisegna tutto, le parole, le persone, gli incontri, le risate e tutto il resto. Controllo che tutto funzioni, che ci sia elettricità, acqua, gas, come dovessi tornarci e forse succederà; volevo solo rendermi conto, tornare a quando versavo qui quasi ogni pensiero. Il divano è ancora comodo anche se, sedendomi, faccio alzare un po' di polvere, rovino la festa a qualche migliaio di acari che non si aspettavano di essere disturbati. Faccio il giro delle stanze, sorrido ai ricordi, ai racconti, e mi avvio verso la porta. Con la promessa di tornare.

04 maggio 2017

La resa dei gamberetti

L'altro giorno pulivo i gamberetti per il pranzo; sono molto meticoloso quando lo faccio, per prima cosa levo tutte le teste e le metto da parte per portarle ai gatti randagi; so che potrei farci un'ottima bisque ma bisogna fare il fondo di pomodoro e cipolla, poi mettere le teste e rosolarle, schiacciarle per bene, sfumare, aggiungere l'acqua, far cuocere. Tra questo e vedere i gatti che escono a code ritte e sgranocchiano le teste come fossero chips preferisco la seconda, e poi per una volta non gli do i soliti croccantini. Levate tutte le teste comincio a togliere il carapace; stacco le zampette e partendo dalla parte più grossa comincio a staccarlo, poi con due dita premo sull'ultimo tratto di coda e tiro via tutto; a meno di gesti inconsulti così facendo il gambero rimane bello pulito intero. Fatto questo tolgo il filetto interno, l'intestino; solitamente viene via abbastanza facilmente tirandolo dalla punta ma nel caso sia più ostico del previsto con un coltellino incido la schiena e lo tiro fuori. Finita la pulizia li lascio un attimo a scolare i liquidi in eccesso così una volta in padella non annacqueranno il sugo ma si manterranno belli sodi. Alla fine di tutto guardo sempre il mucchietto di gamberi che ho ottenuto, si è no una manciata; dal mezzo chilo che di solito compro, levata testa, levato il carapace, levato il filetto, mi rimangono sì e no poco più di duecento grammi di polpa che in cottura subirà un ulteriore calo di peso; in pratica la resa dei gamberetti è meno del cinquanta percento del loro peso di partenza, quando li vedi lì, belli, lucidi, con le loro antenne, la corazza. Ecco, ogni volta mi viene da pensare che per molte persone vale lo stesso discorso.

30 marzo 2017

Arturo Fresconi

Arturo Fresconi è un fascista, ma non di quelli "DIOPATRIAFAMIGLIA", quelli che, in casa, tengono il busto di Mussolini e lo mostrano con orgoglio agli amici, aggiungendo un nostalgico "Ah, se ci fosse lui..." a cui sperano si affianchi sempre un coro di "davvero" mormorati a mezza voce quasi fosse una commemorazione. No, Arturo è di quei fascisti nascosti, quelli che si dicono "liberistii" e che credono in un libero mercato, ma solo di italiani; di quelli che davanti all'ennesimo sbarco di disperati sulle nostre coste dicono "andrebbero aiutati a casa loro" pensando dentro di sè "ma perché non li prendiamo a cannonate?!". Arturo fa parte di quella bella fetta di benpensanti con la pancia piena che sotto sotto fa il tifo per l'uomo forte, che spera in Putin, che ha avuto un orgasmo con l'elezione di Trump dove, incredibilmente, si è spinto addirittura a commentare con un sommesso "ci stupirà". Arturo era così già da ragazzo, all'università era quello con la borsa di pelle in mezzo a quelli con gli zaini; quello che invidiava, in segreto, quelli con le bretelle e gli anfibi, che magari faceva anche la battuta "però son comode" e rideva solo lui. Arturo non partecipava alle manifestazioni ma si fermava lì, nella piazza accanto, sperando nelle cariche della polizia o nei manganelli di quelli in bretelle per poi tornare a casa e dirsi scosso e preoccupato "per la deriva di questo bellissimo Paese". Arturo è di quelli che si nasconde, sicuro del proprio pensare, dietro concetti di massima cercando una platea che applauda al suo essere equilibrato ma che, dentro, ad ogni applauso ed approvazione ha un brivido che dal cervello gli arriva fino all'inguine.

07 gennaio 2017

Libri letti 2016

1) Alessandro Robecchi – Dove sei stanotte
2) Pietro Colaprico – Trilogia della città di M.
3) Alessandro Robecchi – Di rabbia e di vento
4) Giuseppe Ferrandino – Pericle il Nero
5) Romano De Marco – Città di polvere
6) Roberto Costantini –alle radici del male
7) Tommy Dibari, Fabio Di Credico – Non ho tempo da perdere
8) Claire Bessant – Cosa vogliono i gatti
9) Roberto Costantini – Il male non dimentica
10) Roberto Bolano – I detective selvaggi
11) Donato Carrisi – L'ipotesi del male
12) Tito Faraci – La vita in generale
13) Mirko Zilahy – E' così che si uccide

Temevo peggio come letture un questo 2016, ma alla fine almeno un libro al mese è stato letto, certo avrei preferito di più ma devo dire che il libro di Bolano, un tomo di più di 800 pagine, scritte in piccolo, mi ha portato via abbastanza tempo; gran bel libro ma complesso da digerire, un sacco di personaggi e nomi da ricordare, e storie, e intrecci. Per il resto molti, moltissimi noir, ma si sa che ormai sono il mio genere preferito. Spero che il vostro anno sia cominciato bene; un abbraccio!